Racconti, storie, poesie...

 

VIVISEZIONE (Poesia)

L'  ULTIMO REGALO (storia di un abbandono)

IL PIANETA DEI CONIGLI (racconto)

COME STRACCI (Poesia)

LA STORIA DEL MIO GATTO MAO (racconto)

L'UOMO E IL TOPO (racconto)

TELETHON e le vittime innocenti (racconto)

ULTIMO GRIDO (racconto di una storia vera)

L' AGUZZINO (il massacro delle foche)

RAPIMENTO ALIENO (breve storia)  

 

 

VIVISEZIONE

 

Uomo infelice senza gioia,
privo d'amore;
che neghi la pietà a chi la invoca
e senza timore,
dormi tranquillo con la tua coscienza.
Mai fosti caduto così in basso,
contorto e alienato spirito;
figlio emerito della pazzia,
pari ai rifiuti non riciclabili.
Essere immondo non degno del creato
che mascheri le tue torture i tuoi delitti,
con etica ipocrita, sfacciata e falsa.
Sono anime sporche,sudice, marce
d'una ferocia e crudeltà consapevoli
che si sprigionano contro gli indifesi.
Esercitata da menti aberranti
con accanito cinismo e indifferenza
su esseri innocenti,
costretti con forzata costrizione
a subire l'impudenza sprezzante
dei suoi torturatori.
Ostentata mania,
di sviscerare le povere vittime.
Per una falsa scienza,
si ostinano ad infliggere,dolore e sofferenza.
L'uomo la bestia più perversa,
è bene non allevarlo
potrebbe avere in seno del veleno.
Seviziatori,torturatori,sadici,egocentrici;
loro possono e vogliono,
le povere bestioline subiscono.
Ho uomini crudeli!Rendetemi le mie creature.
Cosa ne avete fatto?Distorte menti!
Lasciate ch'io le raccolga,non buttatele ai rifiuti.
Soltanto voi meritate di essere gettati
nelle discariche e nelle fogne.

autore: Leopold Persidi (Roma 29-3-2003)

 

 

L'  ULTIMO REGALO 

(storia di un abbandono)

 

Mi sono accorta che, chiunque si soffermi davanti alla porta della mia gabbia, ha nel viso un moto di stupore simile al disgusto. Il mio mantello ormai ha perso la lucentezza di una volta, anzi, in alcuni punti del corpo neanche cresce più. I denti mi hanno lasciato tempo fa e gli occhi coperti entrambi dalla cataratta danno al muso intristito, l'aspetto scialbo  e trascurato del trascorrere degli anni. Pulci e zecche fanno da padrone su tutto il mio corpo e la tosse secca che spesso mi lascia senza respiro è diventata più forte e dolorosa.

 

Oggi è il mio compleanno: compio 14 anni e da tempo sono rinchiusa in questo box dimenticata da tutti. Mi ci portarono in un giorno di pioggia e prima di girarmi le spalle mi fecero una promessa: che sarebbero tornati presto a prendermi. Nei primi tempi di questo forzato soggiorno, ci credevo davvero ed ogni volta che qualcuno si avvicinava alla rete, correvo festosa e scodinzolante  sperando sempre di vedere oltre la grata, i loro visi. Quegli occhi che ho amato tanto e ancora oggi non riesco a dimenticare. Ma era solo delusione, così, più i mesi passavano e più la delusione si trasformava in rassegnazione. Eppure una volta ero una bella cagnolina, o almeno, così mi diceva sempre la mia famiglia. Ho vissuto in una casa per tanti, tanti anni, con padroni meravigliosi.

 

Fin dal primo giorno mi accolsero con gioia, facendo a turno per viziarmi. La mamma era affettuosa, forse un po' dura, soprattutto quando, da cucciola, mi scappava la pipì nei posti sbagliati e nei momenti meno opportuni. Il papà invece amava grattarmi la pancia mentre leggeva il giornale. Ho un tuffo al cuore quando ripenso a lui. L'amavo immensamente e per lui avrei dato la mia stessa vita. Sdraiata sul divano a zampe all'aria, passavo le sere vicino alle sue gambe, addormentandomi sotto le carezze dolci e sicure del mio amato padrone. Se chiudo gli occhi sento ancora l'odore di muschio e tabacco che aveva. Un profumo intenso che mi riempiva le narici  e rimaneva addosso per tutta la giornata. Mi mancano le sue carezze.......mi mancano tanto.....

 

Avevo la mia cuccia, i giochi, le ciotole di acqua e cibo, il tappeto del salotto e il divano. Avevo anche la possibilità di rosicchiare un paio di scarpe di papà. Non quelle nuove, ma un paio di quelle chiamate "da ginnastica" e venivano indossate tutte le volte che si usciva a correre in campagna. Ricordo quelle uscite con tanta nostalgia: il sole, i fiori e l'erba umida. Una volta andai anche al mare e fu bellissimo. Mamma e papà si divertivano a lanciarmi una pallina nelle onde e io mi ci tuffavo con gioia a riprenderla. Quella fu una vacanza bellissima. Per alcuni anni tutto fu meraviglioso. Ero una cagnolina molto educata e sapevo comportarmi come si deve, anche nei ristoranti e in centro città. I miei padroni mostravano con fierezza ai loro amici quanto fossi bella, brava e unica!!

 

 Poi successe qualcosa. Cominciò tutto per caso e fu l'inizio della fine. Un pomeriggio, durante una delle solite corse nel prato, mi sentii male. Era come se tutto girasse attorno a me. La voce del mio padrone giungeva lontana e ovattata. Cercai di correre per raggiungerlo, ma caddi a terra e tutto divenne nero. Mi svegliai sul tavolo dell'ambulatorio del vet che conoscevo ormai da molti anni e che non mi piaceva affatto: ogni volta che ero da lui su quel tavolo gelido, succedeva qualcosa di brutto.

 

Ma questa volta si limitò a spiegare al mio padrone che l' età non mi permetteva più di fare ciò che da sempre facevo. Dovevo riguardarmi ed evitare cose troppe impegnative, come correre nei prati o viaggiare molto in auto.Consigliò anche una dieta e parlò dei miei occhi: qualcosa non andava e presto la mia vista si sarebbe annebbiata. Il mio papà adottivo non disse nulla, ma mi sembrò molto pensieroso. Tornammo a casa e quella sera per la prima volta, dormii in salotto, con la porta della stanza chiusa. Non capivo, ma sentivo le voci concitate provenire dalla camera da letto. Pronunciavano il mio nome e aggiunsero qualcosa come - è vecchia! Non possiamo sacrificare la nostra vita per un cane. Ci mancherebbe anche questa!

 

Pochi giorni dopo mi trovai in macchina. Ricordo ancora quel triste giorno....Pioveva forte e grandi lampi illuminavano il cielo scuro.Ma ero con lui ed ero felice. Mi avrebbe portato di certo in qualche posto bellissimo e ci saremmo seduti per terra a mangiucchiare qualche dolcetto. Poi ci saremo sdraiati a guardare le nuvole e lui abbracciandomi, mi avrebbe parlato, mentre mi grattava sotto le orecchie. La sua voce calda era per me un grande sollievo. La rassicurante tranquillità di un mondo perfetto.

Quando l'auto si fermò sentii moltissimi miei simili abbaiare. Ancora non capivo, ma dentro di me una vocina mi

sussurrava di stare allerta.

 

Il cuore accelerò i battiti e la disperazione aumentò quando uno sconosciuto prese il guinzaglio e mi trascinò a forza verso la gabbia. Venni sospinta dentro. Il mio padrone restò fuori. Si avvicinò alla rete:- Stai tranquilla- disse - tornerò presto. Si girò di colpo e se ne andò quasi correndo, inghiottito dal cancello che si chiuse per sempre dietro lui. Lo chiamai. Dio solo sa quanto lo chiamai. Urlai la mia paura e lo smarrimento che mi stava stritolando il cuore, ma tutto fu vano. La prima notte in quella cella fu terribile: mi mancava la mia casa, il divano, le carezze. Non avevo uno straccio dove dormire e mi accucciai sulla tavola di legno marcia e umida. Piansi. Come solo un cane può fare. Quanto dolore provai in pochi attimi. Tremavo di paura, di freddo, di terrore. Rividi le spalle del mio padrone sparire dietro il cancello e udii ancora le sue ultime parole tuonarmi nelle orecchie "tornerò presto".

 

Aggrappata a questa speranza, ho visto trascorrere questo anno di prigionia, conoscendo le piogge umide dell'autunno, il gelo della neve e l'afa dell'estate. Ho imparato a trattenere i morsi della fame e ad accontentarmi di rosicchiare il pezzo di pane secco lanciato di fretta sopra la rete. Ho visto morire molti simili di stenti, di inedia e di paura. Quanti corpi sono passati davanti alla mia gabbia, trascinati via come sacchi vuoti. Cani vecchi e giovani, piccoli o grandi, creature che hanno vissuto come me in attesa di una promessa mai mantenuta, di un sogno mai avverato.

Ora non aspetto più nulla. Sono stanca e il mio cuore è a pezzi. Non ricordo il tempo di aver ricevuto una carezza, una parola gentile, uno sguardo tenero. I miei pensieri sono vuoti, come lo è la vita che sto vivendo. Appassiti come un fiore reciso e calpestato.

Chissà che proprio oggi, giorno del mio compleanno, la morte, unica vera amica rimasta, voglia farmi un regalo e portarmi via con sè. In un luogo dove l'amore esiste davvero.

 

(Bairo)

 

 

IL PIANETA DEI CONIGLI

    L’astronave atterrò lentamente su di una grande distesa verde, dove pareva non ci fosse proprio nessuno.

     I due astronauti spinsero dei bottoni sul computer di bordo e sul quadro apparve una scritta: l’aria di quel pianeta era respirabile. Allora si allacciarono la cintura per poter volare e si infilarono un anello che creava uno schermo d’invisibilità, se si premeva un piccolo pulsante. Scesero quindi con salti veloci ed annusarono quella che sembrava essere erba.

- E’ buona, - disse Flippy e ne mangiò un pochetto - proprio come la nostra -.

     - Già! - rispose Stirippy - Ma adesso è meglio andare. Ci rivedremo qui quando la stella luminosa sarà nello stesso punto del cielo -.      

I due si allontanarono andando in direzioni opposte.

 

Flippy non fece caso a qualche insetto curioso che gli volava intorno, tanto quelli c’erano anche sul suo pianeta, ma quando vide un essere grande e mostruoso che gli si avvicinava, subito spinse il pulsante dell’anello e diventò invisibile.

Il mostro stava dove finiva l’erba e cominciava una lunga striscia di pietra, liscia e compatta, di cui non si vedeva né inizio né fine. Era alto e si muoveva su due sole zampe, mentre le altre due gli ciondolavano liberamente. Non aveva peli, tranne sulla parte alta della testa, e indossava una tuta leggera che gli copriva quasi tutto il corpo, ma la cosa più orribile era che gli occhi stavano tutt’e due al centro della faccia, sopra una prominenza lunga e deforme, che doveva essere il naso. I movimenti erano molto lenti e quando il mostro aprì la bocca, Flippy udì un suono rauco e assordante.

Si sollevò in aria per allontanarsi, ma prima di volare via, vide che la strana creatura entrava in una specie di recipiente lucido con delle ruote. Con grande rumore il recipiente si mosse lungo la striscia di pietra e in poco tempo raggiunse una velocità simile a quella delle aereo-navette che nel suo mondo si usavano per i lunghi viaggi.

Flippy pensò: “Siccome queste creature sono molto lente, usano sempre delle macchine, così vanno più veloci”.

Dall’alto l’astronauta vide in lontananza un ammasso enorme di grandi scatole dalle forme e dimensioni più svariate. Volò in quella direzione.

Quando vi fu sopra si rese conto che tutte quelle scatole riempivano uno spazio ancora più vasto di quel che gli era sembrato. Vi erano fra di esse altre strisce di pietra dove, in maniera confusa, si muovevano centinaia di creature come quella incontrata prima e c’erano anche numerosissimi recipienti con le ruote che andavano e venivano. Pareva un gigantesco nido d’insetti in fermento.

La sua attenzione fu poi attratta da una larga macchia di verde che interrompeva quel susseguirsi disordinato di scatoloni. Flippy con un guizzo veloce si abbassò e riconobbe subito erba e alberi; c’era persino un laghetto. Appena toccò terra vide che gli alberi erano molto più alti di quelli del suo pianeta, e anche le forme erano diverse. Rosicchiò una pianta e la trovò saporita, mangiucchiò dell’erba e addentò un rametto. Fece due saltelli e si sgranchì le zampe con una corsa. Si arrestò di colpo, sorpreso: poco distante da lui c’era uno della sua specie.

Subito premette sull’anello e diventò nuovamente visibile.     

- Ciao! - esclamò Flippy.       

- Ciao! - rispose l’altro.              

I due si avvicinarono e, come di consuetudine tra i coniglietti, si annusarono e si strofinarono il musetto.         

- Io mi chiamo Flippy, - si presentò l’astronauta - e tu? -

L’altro coniglietto era tutto grigio, tranne per la coda e il pancino che erano bianchi, ed aveva vispi occhi scuri. - Io mi chiamo Cico - rispose.

- Come mai da queste parti? - gli chiese - Non ti ho mai visto prima qui al parco -.                              

Flippy preferì non raccontare, per il momento, che veniva da un mondo lontanissimo oltre il cielo, e allora disse: - Sono qui di passaggio, sto andando un po’ in giro a curiosare -.  

- E tu non hai l’amichetto che ti dà da mangiare e ti fa le coccole? -      

     Flippy rimase meravigliato da quella domanda e imbarazzato rispose - No perché? Che amichetto? -    

     Il coniglietto grigio indicò una creatura simile a quell’essere che Flippy aveva incontrato, solo che era molto più piccolo, e a ben guardarla non era così terribile come la prima, nonostante gli occhi al centro della faccia.               

- Vieni, - disse Cico - te lo faccio conoscere. Si chiama Gianluca -.

     Il coniglio astronauta ebbe un brivido di paura, poi, non senza timore, seguì l’altro. Questo arrivò ai piedi della strana creatura e gli saltellò intorno. Gianluca subito si inginocchiò e prese ad accarezzare la testolina di Cico, poi, accortosi della presenza dell’altro coniglietto, emise dei suoni, che non erano così sgradevoli come quelli dell’altro mostro, e con delicatezza prese a fare coccole anche a lui. Flippy provò una piacevole sensazione, di affetto e di protezione. Dopo alcuni momenti si allontanò un poco e chiese a Cico: - Ci facciamo una corsa insieme? -     

     Il coniglietto grigio fu contento di quell’invito e così fu che passarono molto tempo insieme nel parco a rincorrersi, a giocare, a mangiare erba, a scavare nella terra, e a fare tutto ciò che in genere i conigli fanno. Si divertirono davvero tanto.

 

     I due coniglietti restarono parecchio al parco, poi, quando furono esausti per le tante corse, si sdraiarono sull’erba a riposare e a godere di un venticello fresco. Infine Gianluca li prese tutti e due in braccio e pian pianino se li portò in una delle grosse scatole, non distante dal parco.

     Cico mostrò a Flippy il posto dove viveva. Aveva due lettiere a disposizione, dove fare i bisognini, un lungo balcone che nella bella stagione lo faceva stare fresco fresco, una stanza con dentro tante cose strane e disegni colorati alle pareti, e cartoni da rosicchiare e una copertina con cui gongolarsi, una vaschetta con l’acqua fresca e un piattino contenente roba da mangiare, che sembrava molto appetitosa, e poi… arrivarono le carote. Flippy saltò dalla gioia: - Anche qui le carote! Che buone, che buone. Evviva! -        

     Cico lo guardò meravigliato. - Io le carote le mangio ogni giorno, - disse - e mi piacciono, ma c’è una cosa che mi piace tanto tanto -. Si mise a saltellare intorno ai piedi di Gianluca e dopo poco il bambino tornò con una busta da cui estrasse dei semi bianchi.

- I pinoli! I pinoli! - esclamò il coniglietto grigio, che per la gioia fece anche una capriola.    

     Flippy ne assaggiò alcuni e strabuzzò gli occhi: - Fantastici! Gnam, gnam. Eccelsi!- e continuò a divorarne a più non posso.    

- Non se ne devono mangiare tanti perché poi viene male al pancino - avvertì Cico.       

Flippy si leccò i baffettini. - Questi non ci sono dove vivo io -.    

     - Un vero peccato, - fece Cico - il mio amichetto Gianluca va sempre a comprarmeli e non me li fa mancare perché sa che mi piacciono -.      

- Comprare? - domandò Flippy - Che significa comprare? -            

     Il coniglietto grigio si grattò la testolina prima di rispondere: - Beh, comprare è che se vuoi una cosa, per averla devi dare dei pezzettini di carta colorata o dei dischetti di metallo in cambio. Vuoi le carote e le compri, vuoi le verdurine e le compri, vuoi i pinoli e li compri. Solo l’acqua esce senza dare niente perché sta già nella casa, e allora si apre un rubinetto e l’acqua scende -.     

     - Allora, - disse Flippy - qui non sei padrone di niente. Tutto quello che ti serve te lo deve dare Gianluca? -        

- Sì, ma non mi fa mancare mai niente -.                 

     Flippy rimase molto stupito da quelle parole, e raccontò che nel suo mondo niente si comprava e che tutto era di tutti. L’erba che cresceva, le carote e tutte le altre cose buone da mangiare nascevano spontaneamente e tutti i coniglietti ne avevano in abbondanza.

     - Perché non vieni via con me. Ti troverai benissimo a vivere dove vivo io, e potrai fare tutto quel che vorrai - propose Flippy.  

     Cico non ci stette nemmeno a pensare. - No, ti ringrazio. Se me ne andassi via il mio amichetto diventerebbe molto triste perché mi vuole tanto tanto bene, ed anch’io gli voglio un gran bene, e non potrei mai lasciarlo. Gianluca non mi rimprovera mai, nemmeno quando lascio qualche pallina sul pavimento e poi… mi piace un sacco quando mi chiama “pallottolina” -.     

 

     Il giorno seguente Flippy tornò alla sua astronave. Era soddisfatto del suo incontro con Cico e il coniglietto gli era apparso davvero felice del suo modo di vivere. Evidentemente su quel pianeta le creature più grandi avevano preso a ben volere quelli della sua specie e se ne prendevano cura. Ma non appena entrò nella sala comandi trovò il suo compagno Stirippy in lacrime.      

- Cosa ti è successo? - gli chiese.          

     - Ah, questo è un mondo cattivissimo! - si lamentò Stirippy. - Mi sono reso invisibile e volando di qua e di là, ho visto tante brutte cose, sempre le stesse terribili cose. Qui i conigli vengono tenuti dentro grossi recinti, li nutrono e li fanno crescere per poi mangiarli. Altri vivono la loro esistenza sempre tenuti in una gabbia. E i pochi coniglietti liberi devono sempre nascondersi e vivere nel terrore di essere sorpresi da bestie feroci o da crudeli cacciatori.

     Flippy rimase sconvolto da quelle parole, ma raccontò al compagno, in modo da consolarlo un pochetto, la sua esperienza con Cico, che era stata tutt’altro che drammatica.

     Subito dopo l’astronave si alzò in aria e di colpo partì, più veloce della stessa luce, per raggiungere il Pianeta dei Conigli, dal quale proveniva.

 

     Qualche tempo dopo, in piena notte e con schermi protettivi che le rendeva invisibili, migliaia di astronavi solcavano il cielo di quel pianeta dove si trattavano male i coniglietti. 

     Cancelli di cortili e di recinti vennero aperti, vennero esplorate le tane scavate nei boschi e nelle campagne, si spalancarono finestre e gabbie. Insomma tutti i coniglietti di quel mondo furono presi e portati in salvo sul Pianeta dei Conigli, dove finalmente avrebbero potuto vivere e giocare liberamente. E su quella terra restarono soltanto i coniglietti che, come Cico, avevano un amichetto che voleva loro davvero tanto bene. 

                                                                                                                       autore: Roberto Fuiano

 

COME STRACCI

Quante notti insonni per vegliare su di loro,
appena affacciati alla vita subito
sono stati strappati dal petto, dalle
amorevoli attenzioni, della mamma
e buttati come stracci in mezzo alla strada.
Hanno ancora gli occhi chiusi,non sentono,
con pietà e amore dono loro le prime cure.
Faccio quello che può fare un surrogato
di mamma,li alimento con il biberon.
sono come bambini, piangono continuamente
non soltanto per fame,ma spesso perché
bagnati di pipì.
Ansietà premurosa per strapparli alla morte,
è tutto vano;lei viene,uno alla volta se li porta via.
forse pietosa verso questi miseri figli,
rispettosa per i miei sentimenti d'amore.
Lacerato dal pianto,come padre,
che sta perdendo i suoi piccoli figli,
come benevolo re,senza sudditi,
che ha perduti, per sempre,i figli del suo popolo.
Tutte le piccole vite si sono spente,
non ho potuto difendere
una candela accesa nella tempesta.

                   Leopold Persidi Roma.04-08-2004

La Storia del mio gatto MAO

L'acqua è stata la sua fortuna.
L'acqua così rara d'estate,così rara in quella caldissima mattinata,lo ha
salvato.
Non la pioggia ma la semplice acqua di Roma.
Aveva bisogno un po' di refrigerio dal caldo ; aveva bisogno di respirare e
fortuna ha voluto
che in quel momento il suo futuro" padrone"( quasi impossibile esserlo)
utilizzasse proprio la sua fortuna, l'acqua.
Il suo amore per l'acqua ha condizionato il suo destino forse proprio per
questo l'adora.
( stranezze da felino)
In mezzo a tanti camion c'era lui,un piccolo esserino di appena un paio di
mesi, tanto malato,
afflitto dalle tante malattie dei "senza padrone".
Entra in una mano,tanto peloso ma tanto sporco.
Squilla il telefono ;qualche secondo di indecisione e poi arriva il momento
di metterlo in una scatola e portarlo in un luogo sicuro, la sua futura
casa.
Dapprima la gioia nel vederlo, poi il timore che non ce la facesse.
Tanta è stata la volontà, tante sono state le cure e l'amore che ce l'ha
fatta.
Pian  piano metteva  su  qualche grammo, poi  è cominciato a crescere, ha
una grossa testa e una coda pelosissima.
Molte sono state le conquiste; la sua forza di volontà, la sua ostinazione
lo hanno fatto vivere,
gli hanno fatto acquistare fiducia in noi ;fiducia meritata dopo più di un
mese e dopo.dopo le gioie, le carezze,i giochi e le fusa.
Tutto questo in solo sei parole:IL NOSTRO MICIO MAO.

VIVI e MAX

Leopold Persidi 

 

L'uomo e il Topo

"Non c'è nulla di più osceno di un essere che soffra tra l'indifferenza altrui".

10 agosto. Dopopranzo. Pranzo interrotto.
Urla atterrite, versi soffocati.
Penso ad un animale in pericolo. Mi affaccio. Sesto senso: un topo.
Un "mostruoso" topo, più pericoloso da morto che da vivo; ma non importa.
Poi urla e risa: donne eccitate chiedono la sua testa.
L'avranno.
Arriva l'eroe: brandendo una scopa, paladino insensibile alle urla di grazia e alla disparità di forze, colpisce, colpisce.
Rompe l'arma: quella vita valeva almeno le duemila lire; o meglio: quella morte.
Il topo è immobile, disteso sul selciato.
No: si muove; rotea il bacino agitando lentamente le gambe, come nuotasse nel cielo.
Fa una pena indicibile: soffre.
Il dolore è enorme, l'invade.
Non capisce; è accaduto tutto in un attimo, senza motivo.
Cosa ha fatto? Niente: viveva.
Viveva da topo. Naturale: era un topo.
Ed era solo.
Più debole e solo; e fuggiva spaurito.
Tra tanti e più forti - e cattivi? - di lui.
Normale: un topo va ucciso.
O no?
Non si deve pensare. Va ucciso.
E' sempre stato così.
Ma che ha fatto? Niente. Non si ragiona: va ucciso.
Ma è una colpa nascere topo?
E' la consuetudine: va ucciso.
E' normale ed igienico; è la tradizione, ciò che si fa senza pensare e senza discutere.
Muove ancora, pian piano, le gambe; sì, aveva anche diritto alle gambe; e al dolore.
Aveva anche diritto al dolore.
Come noi.
In un flash, sacrilegio, ricordo mia zia, mio padre, mia madre, la mia gatta, il mio gatto.
Morirono così, con lo stesso dolore.
La morte è uguale per tutti: uomini e topi.
La civiltà si riaffaccia per il colpo di grazia, finalmente.
Il topo lascia questo porco mondo e il dolore; e il sorriso soddisfatto e crudele del suo carnefice.
Non erano cattivi... Solo andava fatto.
Il topo era diverso, di un'altra razza, andava ucciso.
La vita che gli era stata data, la libertà acquisita nascendo, non gli appartenevano come credeva.
Questo mondo non era suo, era di altri; dei più forti.

TELETHON 

e le vittime innocenti

Il pallone aveva percorso una traiettoria strana, un effetto particolare che Sandrino non aveva cercato. La sfera sfiorò le teste di due difensori, e apparve troppo tardi al portiere, che neppure accennò a una reazione.

Sandrino per un momento rimase di sasso, incredulo. Poi le sue gambe si misero a correre da sole, lungo la linea, che quasi travolse il guardalinee. Esultava con il dito indice alzato verso la folla assiepata dietro la ringhiera. Dalla panchina gli correvano incontro, schivò tutti. Neanche i suoi compagni riuscivano a tenergli dietro. Era pazzo dalla gioia. Chi l’avrebbe pensato, solo un anno prima, quando giocava serie D?

Ora correva, correva, non sentiva la fatica, non si fermava mai, mai, mai... Sì io... sì lui, aveva segnato lui il gol, era felice, i riflettori, le bandiere, il suo nome urlato dalle ragazze con l’ombelico esposto sul pancino...

Che giorno! Era un ragazzo fortunato, lo sapeva, ma non doveva sentirsi in colpa per niente e per nessuno. Per niente e per nessuno. Se lo ripeté due volte, mentre lo stadio ancora rimbombava del suo nome. Anzi, doveva sentirsi orgoglioso. La proposta era stata subito accettata da tutti, ci tenevano tutti, in squadra, a non sembrare menefreghisti e viziati. Il cinquanta per cento del premio partita per sostenere Telethon. Lui era stato il primo a dire di sì, cosa gli costava, in fondo...
E poi quale fortuna, Sandrino, eh? Venir pagato per divertirsi a giocare a palla!

Anche il piccolo Mozart si divertiva un sacco a giocare a palla. Rincorreva con le zampine una sfera di gomma che qualcuno aveva messo nella sua gabbia. Non aveva mai segnato un gol, non aveva molto spazio, ma era felice. E poi non si fermava mai, mai, mai... Lo trattavano bene, gli davano da mangiare e lo lasciavano divertirsi. Un tempo giocava con altri amici, ma a uno a uno vennero portati via.

Era rimasto solo, era solo già da diversi giorni.

Mozart era un piccolo topo di ceppo Sprague-Dawley, che si divertiva a giocare a palla.

Nello stabulario si accese una luce. Un guanto di gomma verde lo afferrò delicatamente. Mozart si stupì, ma era tranquillo. Lo avevano sempre trattato bene, non potevano fargli niente di male.

Nel laboratorio era accesa una radio. Un giornale qualunque, la voce diceva: con la generosità di tutti coloro che hanno accolto l’invito di Telethon, sono stati rifinanziati sette laboratori di ricerca fermi per mancanza di fondi. Dalla comunità scientifica un “grazie” soprattutto al mondo del calcio. Si sentivano tutti più buoni, quella sera.

Mozart era un topolino bianco pieno di voglia di vivere e giocare a palla, ma non capiva il linguaggio degli umani.

I suoi piccoli e mobilissimi occhi videro allontanarsi la gabbia in cui era stato così bene. La pallina di gomma era ferma in un angolo. Sperava di tornarci a giocare, ci sarebbe tornato di sicuro. Poi annusò l’aria, c’erano degli odori che non aveva mai sentito.

Lo portarono in una stanza. C’era una luce strana e alcuni oggetti sul tavolo riflettevano come un luccichio.

Mozart era un piccolo topo di ceppo Sprague-Dawley, e non capì.

Guardò per l’ultima volta il suo carnefice con occhi riconoscenti e fiduciosi. Mentre alla radio Joey Ramone gridava “What a wonderful world”.

Giuliano Sadar

ULTIMO GRIDO

 Giugno 2005  

 

Pensavi sarebbe stato il tuo ultimo grido…ma così non è stato!

Quel tuo lamento ha attirato la nostra attenzione e ci ha permesso di salvarti e di accoglierti nella nostra famiglia.

Avevi già assistito alla morte del tuo fratellino e forse anche della tua mamma e i tuoi occhi, sbarrati per il terrore, lo dimostravano.

Dopo quella brutta nottata, le fauci di quel grande cane che ti facevano immaginare il tuo prossimo destino di sofferenza e di morte.

Ma, a volte, il destino è diverso da quello che ci immaginiamo e così è stato per te!

A quel punto cosa fare?Chi aveva mai visto un cucciolo di lepre?Come aiutarlo, nutrirlo…..? Ma l’istinto e l’amore per gli animali ci ha aiutato e probabilmente anche tu hai aiutato noi e te stesso a credere in questa piccola- grande sfida….crescere in una famiglia composta da un gatto, due cani, due umani ed una terza in arrivo.

Ti disseti, giochi, salti, e ti abbandoni per dormire tra le nostre braccia ….e tutto ciò ci ripaga.

GRAZIE PICCOLO LEPROTTO.

Solo un rammarico!!! Non poterti veder correre con i tuoi simili, libero di vivere la tua vita come sarebbe stato giusto per te!

Ma forse un giorno……… 

 

 Viviana

 

 

 

L' AGUZZINO

 

"Io sono l’aguzzino, il cacciatore, il boia di un cucciolo di foca. Armato di piccone mi avvicino a colei che per prima sarà sacrificata, lei ancora non lo sa, mi guarda e sembra sorridere con quel suo musetto bianco, gli occhioni neri speranzosi, il buffo naso e i baffetti sottili che rivelano che sta annusando l’aria attorno a se. Fa qualche goffo passo verso di me, deve ancora imparare ad usare bene le pinne, credo che sia convinta che io voglia giocare con lei, come da sempre fanno tanti uomini, o che le voglia fare dono di un pesce, magari si sta già preparando a fare qualcosa per me, in cambio, per compiacermi; mi ricorda mio figlio quando aveva pressappoco due anni. <<ma io non voglio vivere una bella avventura con te>>. Sua madre ha già intuito qualcosa dal mio fare, o dal mio sguardo; io non vorrei essere qui a far questo, ma mi pagano bene. Distolgo lo sguardo dai suoi piccoli occhioni speranzosi, alzo il piccone e le trapasso la testa. In quel momento un grido acuto di dolore, un urlo straziante penetra ogni cosa e il mio corpo; impiego un po’ a capire che non è stata la piccolina, lei ancora non ha capito, è immobile e cerca di capire: sente il sangue colarle sulla faccia, un odore bagnato, denso, di ferro pungente le entra nel naso ed ha paura, fa fatica a respirare, in bocca il sapore di quell’odore ed ha paura e spera che la madre la aiuti, l’ha sentita gridare e vede il proprio liquido denso e rosso colarle davanti agli occhi, ma attraverso quello vede sua madre che sta correndo verso di lei per fermare l’“uomo”, sente il piccone uscire, sfilarsi fuori dalla sua testolina e lo vede piantarsi in quella della mamma. Il piccone rosso esce e riaffonda nel petto della mamma, esce, scivola fuori e riaffonda sul muso della mamma.Adesso è tutto ancora più rosso ed acre di prima, dalla mamma esce tanto rosso e non vede più il suo bel muso che le da tanta sicurezza, ne vede solo metà, è triste perché sa che non tornerà più come prima e le mancherà, capisce che l’uomo è cattivo. La mamma cade a terra con un tonfo, una picconata ancora nella schiena “non si sa mai, le ire delle madri”, ma tiene ancora il muso rivolto verso la sua bambina nel tentativo inutile di lanciarle un aiuto e di proteggerla, lei che sente l’importanza della propria vita annullarsi senza esitazioni, se necessaria alla salvezza della sua creatura, le lancia uno sguardo intenso d’amore disperato. La Morte, con loro, non è ancora stata pietosa. Prima di scuoiare la piccola le sferro un’altra picconata nel cranio. Non vuol morire, peggio per lei, non ho tempo da perdere: non è mica l’unica."

I luoghi naturali che loro amavano, i ghiacci, la loro casa, i luoghi in cui la vita li attendeva, visti dall’alto, di candido conservano ben poco: enormi macchie rosse li ricoprono, allargandosi sempre di più, arrivando a congiungersi tra loro. Minuscoli puntini inermi giacciono più o meno al centro di tutte quelle macchie, forse, impercettibilmente, alcuni si muovono ancora.

È tempo di fermare questo massacro.

È tempo di dimostrare che siamo umani.

 

Breve storia
di
un ordinario
Rapimento Alieno

di

* Leonardo dei Rossi *
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1)la giornata era tranquilla, la temperatura gradevole. me ne stavo
in compagnia dei miei amici. avevamo appena mangiato, stavamo bene
in quel posto, in fondo un po' di riposo era proprio quello che ci
voleva.
Non potevamo chiedere più alla vita, eravamo giovani, forti le
femmine ci adoravano, potevamo viaggiare, andare ovunque, portando
dietro solo sensazioni e speranze.
Quello stato paradisiaco, forse, non poteva durare in eterno.
I mostri della nostra infanzia, tanto temuti nei sogni e
sconfitti maldestramente dall’esperienza, stavano per riaffiorare,
come un’onda che colpisce, così, senza preavviso né motivazione.

2)D'un tratto apparve in alto, in lontananza, un oggetto di cui non
sapevamo spiegare la natura.
ne avevamo sentito parlare molte volte, io non credevo alla loro
esistenza.
alcuni raccontavano di esserne stati rapiti, ma non venivano
creduti, altri dicevano che questi strani oggetti comparivano
improvvisamente sopra le nostre teste, allo scopo di rapirci ed
ucciderci.
secondo i più si trattava invece di fenomeni naturali o al più di
allucinazione e le scomparse erano da addebitarsi ad altre cause.
Purtroppo era tutto vero. Tutto divenne scuro, sparirono la luce,
la serenità e tutti i nostri sogni, l’unica sensazione rimasta era
il terrore. La voglia di vivere si faceva sempre più forte, ma
dibattersi disperatamente non bastava. Offrire tutta la mia
energia per aver salva la vita era solo un inutile spreco.
Stavo male, veramente male, strappato al mio mondo da una forza
più grande di me, senza alcun motivo, senza alcun rispetto per
quello che ero stato, per quello avrei potuto essere.

3)alcuni di noi riuscirono a fuggire, ma in due fummo catturati e
portati fuori dalla nostra atmosfera.
la risalita fu molto veloce, dolorosa. una forza invisibile ci
trascinava verso l'alto, ero come intontito, mi sembrava di
scoppiare.
giunto sulla nave aliena, l'aria era irrespirabile, credevo di
morire.
fortunatamente mi inserirono in un ambiente apposito dove mi era
possibile sopravvivere.
quello che ho visto pero' è stato orribile, non dico che avrei
preferito morire, perché la vita mi è cara, ma tremo al solo
ricordo di quelle immagini di sangue ed orrore.
C’erano altri rapiti, probabilmente prelevati nelle vicinanze. I
più agonizzavano tra la vita e la morte.
Gli alieni erano in due, giganteschi, non riesco neppure a
descriverli tanto erano strane le loro fattezze.
Quelle sembianze orribili, quella mancanza di omogeneità della
loro struttura, doveva essere funzionale alla sopravvivenza nel
loro ambiente.
Prima di perdere i sensi e ritrovarmi di nuovo nel mio mondo,
ricordo di aver visto uno di quegli esseri orribili che uccideva
un mio amico. Prima di sferrargli il colpo fatale e portargli via
la testa, il crudele essere lo aveva squartato completamente. Gli
organi interni fuoriuscivano dal suo corpo ancora vivo.
Molti altri morirono semplicemente perché non riuscivano a
respirare.
Ora, per fortuna, sono vivo. Non nuoterò mai più vicino alla
superficie.

 

 

 

 

 

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